Filosofia contemporanea e irrazionalità: lo strano caso di Emanuele Severino
Emanuele Severino (1929-2020) è stato uno dei filosofi più importanti e controversi del Novecento italiano.
Nelle sue opere, tra cui citiamo La struttura originaria (1958), Essenza del nichilismo (1972), Gli abitatori del tempo (1978), Destino della necessità (1980), Oltre il linguaggio (1992) e La gloria (2001), Severino sviluppa un’analisi complessa dell’intera tradizione filosofica occidentale, da Parmenide e Platone fino a Hegel, Nietzsche e al Novecento.
Il suo pensiero verte su una tesi radicale: ogni cosa che esiste – un ente, in linguaggio filosofico – è eterna, e il divenire, il trasformarsi e il perire delle cose è solo un’illusione.
Se nella via X oggi esiste un palazzo, e domani viene demolito, secondo Severino quel palazzo non solo continuerà ad esistere, ma è sempre esistito.
La nostra percezione della realtà, in base alla quale noi vediamo quel palazzo sparire, è per Severino fallace, superficiale. Quel palazzo cessa di essere visibile alla nostra percezione, ma è eterno.
Per giustificare questo apparire e scomparire degli enti nell’eternità, Severino ricorre all’idea del “cerchio dell’apparire”: descrive quindi la realtà come una sorta di variopinto caleidoscopio in cui le cose vanno e vengono, per un periodo della loro vita sono percettibili e poi scompaiono, ma non possono cessare di esistere.
Perché sostiene che una cosa non può cessare di esistere?
Severino si richiama a Parmenide di Elea, un filosofo vissuto tra il VI e il V sec. prima dell’era volgare, che sosteneva che il divenire delle cose, il cambiamento, fosse doxa, opinione, apparenza.
La tesi di Severino è che dopo Parmenide, già a partire da pensatori come Platone e Aristotele, il pensiero occidentale abbia dimenticato la questione dell’essere, ritenendo che gli enti possano passare dall’esistenza al nulla. Ma il nulla non può esistere, proprio perché è nulla, è inesistenza, quindi ritenere che un ente (ad esempio, un edificio) possa ad un certo punto piombare nel nulla è assurdo, secondo il filosofo italiano.
E tuttavia è chiaro che qualcosa non funziona nella complessa impalcatura filosofica severiniana. L’edificio che viene demolito non esiste più, e ricorrere all’artificioso “cerchio dell’apparire” suona fantasioso, per non dire assurdo.
Dove sta l’errore?
Un importante studioso italiano di logica, Massimo Mugnai, oggi professore emerito alla Normale di Pisa, nel 1997 dedicò uno scritto agli errori di Severino, intitolato “Severino, il nulla e l’identità”.
Il breve saggio di Mugnai prende in esame quella che Severino considera la contraddizione insita nell’idea occidentale del divenire.
Per illustrare questa critica, Mugnai richiama uno degli esempi utilizzati più volte da Severino: quello della legna che, bruciando, diventa cenere. Secondo Severino, il linguaggio ordinario esprime questo processo dicendo: “La legna è diventata cenere”, quindi: “La legna (ora) è cenere”. Severino considera quest’ultima formulazione contraddittoria, poiché sembrerebbe identificare due determinazioni diverse, la legna e la cenere.
A questo punto interviene l’obiezione di Mugnai. Egli sostiene che la presunta contraddizione nasca da un’interpretazione errata della funzione del verbo essere. La copula, infatti, non esprime necessariamente un’identità. Può sì esprimere un rapporto di identità (“Tullio è Cicerone”), ma anche di appartenenza di un individuo a una classe (“Mario è un insegnante”), di inclusione di una classe in un’altra (“Tutti gli uomini sono mortali”), di sussunzione di un soggetto sotto un concetto (“Mario è buono”, nel senso che ricade sotto il concetto di “buono”) oppure, secondo un’altra tradizione logica, un rapporto di inerenza, cioè l’attribuzione di una proprietà al soggetto (“La bontà inerisce a Mario”).
Nel caso “La legna (ora) è cenere”, non si afferma che la legna sia identica alla cenere. La frase è un’ellissi (un’abbreviazione) di “la legna è diventata cenere (bruciando)” o “si è trasformata in cenere (bruciando)”.
Le critiche di Mugnai suscitarono un acceso dibattito che ben presto travalicò i confini della filosofia accademica. Alla polemica, ospitata dapprima dalla Rivista dei Libri e poi soprattutto dalle pagine del Sole 24 Ore, parteciparono numerosi intellettuali. Umberto Galimberti promosse una petizione a sostegno di Severino, sottoscritta da diversi esponenti della cultura italiana, e anche Gianni Vattimo intervenne pubblicamente in sua difesa. Come ha osservato il filosofo Roberto Casati[1], il confronto finì così per spostarsi dal merito delle argomentazioni a una più ampia disputa sul diritto di critica e sul modo di intendere il dibattito filosofico in Italia.
[1] http://roberto.casati.free.fr/casati/articles/articoliweb/rivistalibriweb/